La V1.85 dell’etica dei percorsi è su Zenodo. Definisce un percorso come un processo che porta in sé una tensione propria: una direzionalità che sorge dal processo stesso. Questa tensione gli serve per modulare in modo produttivo due cose: la propria durata e i propri accoppiamenti verso l’esterno. I percorsi si mantengono attraverso un mutamento orientato. I loro accoppiamenti seguono direzioni che sostengono il proprio percorso e quello di altri.
Che cosa significhino esattamente “produttivo” e “positivo” in questa definizione resta aperto. Una lingua si mantiene. Anche una dittatura si mantiene. Un rapporto di mentoring accoppia. Anche una dipendenza accoppia. L’etica dei percorsi distingue fra percorsi portanti e distruttivi, ma dove passi esattamente la linea è una questione di ricerca. Affinarla è il compito delle prossime versioni.
È accaduto così che in uno dei controlli adversariali regolari, con cui l’etica dei percorsi lavora contro se stessa, sia comparso un concetto che il canone proprio finora non conosceva: Closure of Constraints.
Risposta chiusa, risposta aperta
Closure of Constraints è una linea della bio-filosofia contemporanea. Affermata nella discussione anglofona, praticamente sconosciuta in quella tedesca. Dà una risposta netta alla domanda su che cosa si sostenga da sé. Un batterio costruisce la membrana che lo separa dal suo ambiente. Questa membrana è la condizione del metabolismo, che a sua volta mantiene la membrana. Il cerchio è chiuso perché i constraints coinvolti si producono e si mantengono reciprocamente. In questo filone di ricerca una simile chiusura organizzativa vale come candidato centrale per determinare l’autonomia biologica.
La lingua, internet e gli attuali sistemi di IA non soddisfano senz’altro una chiusura organizzativa biologica di questo tipo. Non producono le proprie condizioni in modo endogeno. Applicando il criterio in senso stretto, essi cadono perciò fuori da questo concetto di autonomia.
L’etica dei percorsi traccia la sua linea altrove. Il suo criterio è una direzionalità propria che modula in modo produttivo durata e accoppiamenti. Una lingua lo soddisfa. Anche internet. Anche un sistema di IA, a certe condizioni. Closure of Constraints ha una risposta chiusa, l’etica dei percorsi una aperta. Una risposta compiuta ha il vantaggio della chiarezza. Una aperta il vantaggio della portata. Entrambe hanno il loro prezzo.
Con questo confronto il compito della V2 diventa più netto. Che cosa significhi concretamente “produttivo” va esplicitato a partire da fonti proprie dell’etica dei percorsi. Riprenderlo da Closure of Constraints sostituirebbe il lavoro di fondazione proprio. Ora esiste un metro esterno rispetto al quale la risposta deve misurarsi.
Metodo e spazio di discorso
I controlli adversariali sono di routine nel metodo KIKOLAUS. Portati sui punti nevralgici della teoria, fanno emergere con regolarità un lessico che nel canone proprio non c’era. Che sia comparso Closure of Constraints è quindi una sorta di fortuna metodica.
Il risultato è tanto evidente quanto banale. L’etica dei percorsi è stata sviluppata a partire dalla filosofia processuale continentale: Whitehead, Spinoza, Deleuze, Simondon, con Maturana e Varela come ancore bio-filosofiche. La generazione successiva della bio-filosofia, dagli anni Duemila in poi, non aveva alcun ruolo nello spazio di discorso proprio. Nel processo KIKOLAUS si è mostrato qui un limite concreto della cooperazione uomo-IA: lo spazio di ricerca esistente è stato lavorato sistematicamente, ma uno spazio di discorso adiacente non è stato raggiunto. Se l’essere umano chiede, l’integrazione arriva in fretta :)
La V2 affina ciò che la V1.85 lascia aperto. Closure of Constraints fornisce per questo il primo metro proveniente da un altro discorso. Così cresce una teoria aperta: per connessione e per destinatario, a distanza da risposte legate al substrato.